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August 19 La caduta di Costantinopoli e Tolkien... delirioThree Rings for the Elven-kings under the sky,Seven for the Dwarf-lords in their halls of stone,Nine for Mortal Men doomed to die,One for the Dark Lord on his dark throneIn the Land of Mordor where the Shadows lie.One Ring to rule them all, One Ring to find them,One Ring to bring them all and in the darkness bind themIn the Land of Mordor where the Shadows lie. C’era una volta una citta. Ma non proprio una città come le altre. Nata per sostituirne un’altra, anch’essa, ad imitazione dell’originale, sarebbe stata costruita su sette colli, protetta da solide mura, interne ed esterne, impreziosita da statue ed opere d’arte, con un nome segreto da non divulgare. Per accedervi dall’esterno, si passava sotto una porta principale, la ‘Porta d’oro’. Situata la confine tra l’Europa e l’Asia minore, per secoli fu lo scudo europeo alle invasioni orientali. Affascinante, bella, tristemente decadente, fu sogno e fantasia per milioni di uomini. Le pratiche, la religione e l’incantesimo d’oriente ne facevano una gemma d’incommensurabile bellezza, un sogno e un mito destinato a rimanere saldo nel cuore di molti uomini, per generazioni a venire. Uno di questi, un vecchio e immenso professore inglese, ne fece, virtualmente sede, di un sogno contemporaneo, la sede, neanche troppo velata, degli uomini della terra di mezzo. Si chiamava Costantinopoli, la città bianca. Minas Tirith, Costantinopoli, ha retto gli assalti del signore oscuro, nessun signore e nessun sultano l’ha mai conquistata, veramente. Nella nostra realtà storica, a cui ha abbondantemente fatto riferimento il genio di Tolkien, gli esempi per costruire quella grande realtà virtuale che è il Signore degli anelli, la sua opera più conosciuta (SDA), non mancavano affatto, alcuni dei fatti narrati sono infatti figli di altri assedi più lontani, cantati da altri autori, ma che in Tolkien raggiungono il volo pindarico più intenso ed emotivo. In principio, un altro poeta, latino, s’immaginò, un assedio, ambientato in un’altra epoca, mitica e di mezzo, anche esso, parlava di raminghi in cerca di una Patria. Nel lungo vagare, di Enea, nel Mediterraneo, finalmente, guidato e spronato dagli dei, l’eroe di Ilion, approda sulle coste laziali. Lì, ad attenderlo oltre che la storia e l’immortalità futura, sta anche un nemico, la guerra, ben presto si scatena nuovamente contro i troiani/dardanici: dei e uomini si schierano l’uno contro l’altro. I Troiani, fondatori di una nuova città, sono assediati, il loro duce, non è con loro, vaga alla ricerca di un aiuto, seguendo un sogno antico ed una tradizione che non conosce ancora pienamente. Viaggia nel limbo lungo un fiume a confine tra la vita e la morte. I dardanici, il vecchi nome dei troiani, sono soli, Ascanio, Julo, figlio di Enea li guida da dentro l’accampamento assediato, (la futura città di Alba Longa, dove nasceranno Romolo e Remo), ormai si teme non solo per la propria vita, ma per la fine di tutto, di una discendenza che se vinti nuovamente, non potrà esserci mai più. In questo momento di pena e paura, arriva l’attacco degli italici di Turno, il nemico di Enea e dei Troiani, gli italici, superiori in uomini e mezzi, fanno vacillare le ultime speranze, E’ la morte il destino de’ troiani forse? Nessuna speranza per i figli di Priamo, l'ultimo re di Troia? D’un tratto le vedette, avvistano in lontananza una flotta sconosciuta, vele straniere fanno rotta sui troiani. I Troiani non hanno una flotta, chi sono questi che vengono dal mare, i mercenari etruschi del nemico Mesenzio, i terribili pirati rasna? Nessuna pietà dunque da parter degli dei, per questi esuli senza terra, e senza patria, distrutta da un nemico crudele? Terrore e sgomento invadono la ‘nuova Troia’ sul Tevere, l’Anduin di Virgilio... Ma, l’incubo presto si trasforma in gioia.... le navi, portano speranza, muta il vento della sorte.... Dalla prua della nave luccica uno scudo forgiato da un dio. E lo scudo sta sul braccio del figlio della dea. Un grido di guerra e di vittoria s’alza tra gli assediati. Il duce dardanico è tornato, non sono nemici quelli che arrivano dal mare. E’ lui, l’Eroe, Enea, che torna con amici ed alleati, alleati Arcadi, che sono insediati sul Palatino, e etruschi più a nord, soccorrono il popolo assediato. La non ancora Minas Tirith, è salva, esattamente come lo sarà nel romanzo di Tolkien, tanti secoli dopo. La Minas Tirith, storica, è quella gemma che gli eredi dardanici ‘ricostruiranno’ nell’ultima landa d’occidente’, la città bianca e d’oro, Costantinopoli, Bisanzio. 1100 anni dura la sua storia. ‘Rifondata su sette collli, dall’imperatore Costantino il 26 novembre del 326 fino al 29 maggio del 1453 sarà conosciuta come la città bianca, dai russi come: Zargrad, (la città dei Cesari). Gli arabi gli daranno l’appellativo più romantico: ‘Dar i se' adet’, ovvero ‘città della beatitudine’. La città della beatitudine sarà tale sino al 29 maggio del 1453. Giorno dell’ultimo giorno della città. L’assedio turco a Costantinopoli, era iniziato nell’aprile del 1453. A Difendere la citta’, ciò che rimaneva dell’impero, e del suo onore, soltanto 17.000 difensori, di fronte una marea umana di 120.000 assaltatori. Costantino XI, l’ultimo imperatore, non fugge, ne si arrende. Ha pregato dignitosamente l’Europa occidentale, per avere un aiuto. Nessuno ha risposto, per paura, viltà o deficienza. A difendedere Minas Tirith, Bisanzio,saranno solo i greci, qualche veneziano, 1000 genovesi e soprattutto gli spagnoli. Come Gandalf, Costantino, anima la resistenza dei suoi. All’inizio è criticato per la sua caparbietà e per il suo messaggio unitario. I greci non lo capiscono. Lo capiranno soltanto un giorno prima della fine. La notte del 28 maggio, greci e latini, riuniti in Santa Sofia, pregarono l’onnipotente affinchè conceda forza e coraggio per sostenere l’ultimo assalto. Insieme, occidentali e orientali, con il loro imperatore si ritrovano nella superba cattedrale di Santa Sofia, assitono alla funzione tra incensi e cori greci e latini. L’imperatore veglia tutta la notte. non è solo, tutto il popolo di Costantinopoli è con lui. Il Costantino ‘Gandalf’, come nello SDA anima la resistenza, non solo materiale, ma anche spirituale. Il giorno dopo, i Turchi, esasperati dall’incredibile coraggio degli assediati, si scagliano per l’Ultima volta verso la porta d’oro. Sono ancora una volta costretti a indietreggiare, e così faranno di nuovo dopo il secobndo assalto. La città bianca dai sette colli li respinge ancora. Sembra davvero che lo spirito onnipotente animi gli imperiali, ma il terzo assalto, l’ultimo il più rabbioso, quello che definirebbe vittoria e sconfitta per i due schieramenti, è quello fatale, quello che porterà le tenebre. Il comandante genovese, viene colpito a morte, i genovesi e i veneziani, prima indietreggiano, poi fuggono verso il porto. Subito il panico si scatena, provati da ore di lotte senza ricambi, inesorabilmente i difensori cedono il passo ai ben più numerosi assalitori. Ancora una volta Costantino, Gandalf, è in prima linea, lancia il contrattacco insieme alla sua guardia Varega, a don Francisco de Toledo e alla sua nobiltà palatina, carica lì dove è più folta la schiera degli ottomani, gli Uruk kai d’oriente,armati di scimitarre. Scomparirà prioprio dove la marea dei nemici è più folta, dove la lotta è più dura, scannato a difesa della sua capitale e del suo onore eterno. (Per gli ortodossi, è ancora oggi: santo martire e venerabile). In Santa Sofia, la messa continua anche dopo la morte dell’imperatore. Narrà la leggenda che all’entrata dei turchi in cattedrale : ‘una parete si aprì davanti al sacerdote che vi stava officiando una messa, questi vi entrò con il sacro calice mentre il muro si richiudeva alle sue spalle; sarebbe ricomparso per terminare la messa quando Costantinopoli fosse tornata cristiana.’ Santa Sofia, la più grande cattedrale cristiana, venne oltraggiata, i suoi superbi dipinti cancellati ed oscurati. Uomini donne e bambini, soltanto i più belli, furono fatti schiavi. Gli altri non conobbero un’altra alba. Il 29 maggio 1453 la Minas Tirith storica, era caduta. Ma il giorno dopo, una leggenda nacque e si diffuse immediatamente tra i superstiti. Un Costantino l’aveva fondata, uno l’aveva difesa e perduta, un altro l’avrebbe riconquistata. L’imperatore – rex sarebbe tornato.
Non tutto quel ch'è oro brilla, Nè gli erranti sono perduti; Il vecchio chè forte non s'aggrinza, Le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, L'ombra sprigionerà una scintilla; Nuova sarà la lama ora rotta, E re quei ch'è senza corona."
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